Genova – Una ragazza di 17 anni, atleta paralimpica, costretta a cambiare scuola per l’assenza di personale che possa accompagnarla in bagno. Succede nel capoluogo ligure, in Italia, nel 2026 mentre risuonano ancora le eco degli inni delle paralimpiadi e della “retorica” dell’inclusione delle persone con disabilità.
Succede che la giovane sia costretta a lanciare un appello sui social per chiedere che venga rispettato un suo preciso diritto. Quello di poter frequentare la scuola che preferisce e non quella “dove può andare anche lei”.
A denunciare l’episodio Genova Inclusiva, associazione che tutela le famiglie con bambini con disabilità ma anche caregiver e personale assunto per trasformare l’inclusione in realtà.
“Nonostante leggi, contratti e fondi pubblici – denuncia Marco Macrì, portavoce dell’associazione – una studentessa in carrozzina lascia l’istituto perché manca personale formato. La storia che smonta la retorica dell’inclusione scolastica”.
La storia inizia come tante altre: una ragazza, adolescente, determinata, una di quelle che non si fermano davanti agli ostacoli. Anzi: li affrontano.
Per anni ha praticato sport, arrivando a competere nel tennis tavolo paralimpico. Allenamenti, sacrifici, trasferte, competizioni. La dimostrazione concreta che la disabilità non definisce il valore di una persona.
Poi arriva la scuola. E paradossalmente è proprio lì che gli ostacoli diventano insormontabili.
“La studentessa, con disabilità motoria e costretta all’uso della carrozzina – denuncia Genova Inclusiva – frequentava regolarmente il proprio istituto. Come tutti gli altri ragazzi. Con una sola necessità: avere qualcuno che potesse assisterla nel trasferimento dalla carrozzina ai servizi igienici. Un bisogno elementare. Non un privilegio. Non una richiesta speciale”.
Eppure, secondo quanto denunciato dalla famiglia, nell’istituto non era presente personale adeguatamente formato per svolgere questa assistenza, malgrado il contratto nazionale lo preveda e il personale percepisse le erogazioni economiche previste dall’articolo 7, e nonostante la situazione fosse nota alla dirigenza.
“Il risultato è stato surreale – prosegue Macrì – Una ragazza che aveva affrontato competizioni sportive e allenamenti durissimi si è trovata nella condizione di non poter frequentare serenamente la scuola per un motivo che dovrebbe essere banale in qualsiasi luogo civile: andare in bagno”.
Così, alla fine, la soluzione è stata quella che troppo spesso in Italia diventa la scorciatoia del sistema: cambiare scuola. Non perché mancassero le leggi. Quelle, anzi, non mancano affatto.
La Legge 104/1992 stabilisce chiaramente il diritto all’integrazione scolastica degli studenti con disabilità.
Il Decreto Legislativo 66/2017 impone alle istituzioni scolastiche di organizzare concretamente le risorse necessarie all’inclusione.
Il Contratto Collettivo Nazionale del Comparto Istruzione e Ricerca attribuisce ai collaboratori scolastici l’assistenza materiale agli alunni con disabilità, compreso l’accompagnamento ai servizi igienici. Le norme, dunque, esistono. Sono chiare. Nero su bianco.
E allora la domanda diventa inevitabile: se le leggi ci sono, perché questa ragazza ha dovuto cambiare scuola?
“Spiace constatare – aggiunge ancora Marco Macrì – che, malgrado Regione, Comune e Garante per i Diritti dell’Infanzia siano da mesi al corrente della situazione attraverso le comunicazioni formali dei genitori, si sia arrivati — ancora una volta — a scaricare sulla persona con disabilità le criticità di un sistema che non funziona.
Un sistema che spesso funziona così: le leggi si approvano, i diritti si proclamano, i protocolli si firmano. Poi, quando arriva il momento di applicarli davvero, qualcuno non organizza il servizio, qualcun altro non controlla, qualcun altro ancora fa finta di non vedere. E alla fine chi paga? Sempre gli stessi. Le persone più fragili”.
Secondo la denuncia di Genova Inclusiva, in Italia l’inclusione è spesso perfetta nei convegni, impeccabile nei documenti ufficiali, entusiasmante nei discorsi pubblici. Ma poi arriva la realtà.
“A volte basta una carrozzina e una porta di un bagno per capire quanto siamo lontani da quello che la legge — e il semplice buon senso — pretenderebbero già da anni – dicono a Genova Inclusiva – Perché la verità, alla fine, è più semplice e molto meno elegante dei convegni sull’inclusione. Le norme ci sono. Le circolari ci sono. I contratti ci sono. Perfino le indennità economiche per il personale ci sono. Quello che manca, troppo spesso, è la cosa più banale: applicarle. E quando lo Stato non applica le proprie leggi, succede questo: non è il sistema che cambia. È la ragazza in carrozzina che deve cambiare scuola”.



























