Genova – Ha trascorso ore al Pronto Soccorso dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena tra anziani abbandonati e puzza indicibile e lo ha definito “un inferno”. Marco Macrì, vigile del fuoco e portavoce di Genova Inclusiva, l’associazione che raccoglie le famiglie con persona disabili e professionisti che operano nel settore dell’assistenza e dell’inclusiove, è finito al Pronto Soccorso dell’ospesale di Sampierdarena per un problema di salute e, uscendone, ha scritto un post sui social nel quale denuncia una situazione insostenibile lagata alla Sanità pubblica.
“Uscito dall’inferno – scrive Macrì – Non quello di Dante, ma quello di un pronto soccorso dove oltre cento persone attendono di essere visitate, ammassate barella contro barella. Accanto a me un anziano sporco delle proprie feci, con un odore acre che impregna l’aria. Dall’altra parte una signora che ha appena vomitato. E in mezzo infermieri e OSS che corrono senza sosta, facendo miracoli per tenere in piedi un sistema che sembra averli lasciati soli”.
Secondo il racconto di Macrì, infatti, ad assistere un centinaio di persone ci sarebbero stati solo due medici
“Due medici – ha scritto Macrì nel post social – Solo due. Per un pronto soccorso pieno fino all’inverosimile. Non è colpa di chi lavora lì dentro: è il risultato di scelte politiche e organizzative che da anni scaricano il peso del sistema su chi è in corsia”.
Dimesso dall’ospedale Macrì sarà costretto ora a verificare l’efficacia dei centri di prenotazione e del mondo degli esami specialistici.
“Ora – spiega ancora Macrì – inizia la seconda tappa del viaggio dentro la sanità raccontata come un’eccellenza.. La prova sarà semplice: riuscire a prenotare una visita specialistica e un esame diagnostico nei tempi indicati dalla prescrizione, senza essere spediti a centinaia di chilometri da casa”.
Avventura che, in realtà, era già iniziata alla Casa della Comunità di Bolzaneto con un forte dolore al braccio sinistro e un malessere generale.
“Oggi (ieri per chi legge, ndr) – scrive Macrì – mi presento alla Casa della Comunità di Bolzaneto. Da ieri ho un forte dolore al braccio sinistro e un malessere generale. Il cancello è chiuso. L’ingresso è nascosto sul retro, reso praticamente invisibile dalle impalcature. Se non fosse stato per una signora gentile che mi indica la strada, probabilmente sarei tornato a casa. Primo assaggio della sanità “di prossimità”.
Entro. Nessun paziente in sala d’attesa. Il medico mi visita subito e, insieme all’infermiere, dimostra quella professionalità e quell’umanità che, per fortuna, resistono ancora. Mi dice di non guidare e chiama personalmente il 112 per farmi accompagnare in pronto soccorso.
Alle 17.40 arrivo a Villa Scassi. Da qui finisce la propaganda e comincia la realtà. Era dal periodo pre-Covid che non entravo in quel pronto soccorso. Lo scenario è quello di un ospedale da campo. Prima ancora delle sale visita, decine di barelle occupano ogni spazio disponibile. Oltre le porte, altre decine. Barelle nei corridoi, pazienti ovunque, anziani che aspettano perché manca una risposta sociale prima ancora che sanitaria, persone che attendono da ore. E codici arancioni, come il mio, parcheggiati in attesa che accada qualcosa. Sul foglio dell’accoglienza c’è scritto che un codice arancione dovrebbe essere preso in carico entro 15 minuti. Sono quasi le 21 e sono ancora su una barella. Nel frattempo mi hanno fatto il prelievo e l’elettrocardiogramma. Fine. Assisto ai Carabinieri che intervengono per calmare un paziente esasperato. Ascolto le storie di chi è lì da ore, qualcuno da tutta la giornata. Persone che non protestano contro medici e infermieri. Protestano contro un sistema che non riesce più a garantire nemmeno l’ordinario. Accanto a me un paziente allettato racconta la sua odissea: partito questa mattina dal Micone di Sestri Ponente in codice rosso, poi declassato ad arancione. Gli avevano assicurato che avrebbe trovato un posto letto. Il posto letto non c’è. Non è stato trasferito a Pontedecimo perché lì manca la rianimazione. Così aspetta. E con lui decine di altri.
Poi chiedo una semplice bottiglietta d’acqua. L’infermiera, quasi mortificata, mi spiega che le forniture sono state tagliate: da circa mille bottigliette al giorno a quattrocento. L’indicazione è distribuirle solo ai pasti. Anche ai pazienti del pronto soccorso e dell’OBI.E allora viene spontanea una domanda.
Se bisogna razionare perfino l’acqua, se le barelle sono diventate l’arredamento fisso dei corridoi, se un codice arancione aspetta ore, se i posti letto sono un miraggio, di quale sanità che “funziona” stiamo parlando?”.
——————————————————————————————————
Resta aggiornato con le Notizie della Liguria!
Iscriviti al canale Telegram di LiguriaOggi.it
Seguici sulla pagina Facebook
Iscriviti al canale whatsapp
Le notizie di LiguriaOggi.it viaggiano anche su Threads
Per segnalazioni alla Redazione – Whatsapp 351 5030495 – [email protected]



























