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Processo Morandi, i legali di Castellucci: la sentenza non rende giustizia, faremo appello

Giovanni CastellucciGenova – Dopo circa un’ora dalla lettura della sentenza di primo grado in merito al Processo Morandi, i legali di Giovanni Castellucci hanno diffuso una nota stampa nella quale si dicono insoddisfatti e preannunciano il ricorso in appello. L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, già rinchiuso in carcere dopo la condanna in via definitiva per la strade di Avellino, è stato condannato a 12 anni di reclusione a fronte di una richiesta da parte dell’accusa di 18 anni e 6 mesi.

“Accogliamo con doveroso rispetto la decisione del Tribunale di Genova, ma non possiamo condividerne le conclusioni.
Attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza, tuttavia la lettura del dispositivo sembra confermare una preoccupante impostazione che finisce per separare la responsabilità penale dalla concreta individuazione delle condotte personali e dalla reale gestione del rischio.
Nel corso del dibattimento è emerso che il crollo del Ponte Morandi è stato determinato da un difetto costruttivo occulto, rimasto sconosciuto per oltre cinquant’anni e mai individuato da alcuno tra progettisti, costruttori, gestori pubblici, gestori privati, consulenti, università e organismi tecnici, che, a vario titolo e in tempi diversi, si sono tutti occupati della sicurezza del ponte.
Nessuno aveva mai segnalato l’esistenza di un rischio per la sicurezza dell’infrastruttura.
Nel corso degli anni il ponte è stato monitorato e sottoposto a verifiche costanti. Nel 2016, su impulso dello stesso amministratore delegato, una primaria società specializzata nel settore delle infrastrutture giudicò il sistema di monitoraggio idoneo a cogliere l’evoluzione dello stato degli stralli. Nello stesso periodo, autorevoli esperti confermarono l’esistenza di ampi margini di sicurezza della struttura.
Mai nessuno in più di 50 anni ha anche solo dubitato dell’esistenza di difetti costruttivi sugli stralli. Il ponte è stato commissionato negli anni ‘60 dallo Stato (ANAS), costruito da società diventata ben presto IRI (Condotte) e ristrutturato dalla stessa IRI negli anni ’90. A seguito degli interventi realizzati negli anni ’90, il ponte è stato certificato dai più importanti luminari dell’epoca come esente da difetti e sicuro perlomeno fino al 2030 e, come tale, è stato poi privatizzato dallo Stato: il ponte è stato dunque venduto ai privati come “nuovo”.
Eppure, oggi si ritiene di attribuire una responsabilità penale personale ad un Amministratore Delegato di una società che altro non ha fatto che affidarsi ai migliori tecnici del settore dell’ingegneria.
Il principio secondo cui garante è il soggetto che gestisce concretamente il rischio, viene sostituito da una concezione che fa coincidere la responsabilità con la posizione gerarchica. In questo modo il ruolo di amministratore delegato diventa una figura astratta chiamata a rispondere dell’intero sistema aziendale indipendentemente dalla rigorosa individuazione di una specifica azione o omissione personale.
Si tratta di un’impostazione che finisce per svuotare il sistema delle deleghe, i controlli interni e le responsabilità operative, teorizzando modelli organizzativi per le aziende complesse contrari anche a tutte le prescrizioni e indicazioni in materia di governance e di gestione dei rischi, promosse dalle autorità di controllo come best practices.
Il processo ha inoltre escluso l’esistenza di una politica improntata al risparmio a discapito della sicurezza. Le risorse per la manutenzione non sono mai state negate. Al contrario, proprio Giovanni Castellucci aveva promosso (in assenza di evidenze che legittimassero sul piano tecnico richieste da parte delle strutture operative) gli interventi di rinforzo della struttura, già deliberati dal CdA nel 2017.
La sofferenza provocata dalla tragedia di Genova è immensa e merita rispetto. Ma proprio la gravità dell’evento impone che la giustizia continui a fondarsi sull’accertamento delle responsabilità individuali e non sulla ricerca di un capro espiatorio. In uno Stato di diritto, il dolore non può trasformarsi in una presunzione di colpevolezza.
Per queste ragioni confidiamo che il giudizio di appello possa ristabilire il necessario rapporto tra causalità, colpa e responsabilità personale, riconoscendo ciò che il processo ha dimostrato: l’ingegner Giovanni Castellucci ha operato nell’ambito delle proprie funzioni, favorendo ogni iniziativa ritenuta necessaria per la sicurezza dell’infrastruttura, mai lesinando risorse e adempiendo diligentemente ai doveri di “alta vigilanza” in uno con il CdA.  Pertanto, non può essere chiamato a rispondere di fatti che non dipendono da sue condotte personali.
Continueremo pertanto a difendere con determinazione la sua innocenza nelle sedi previste dall’ordinamento”, si legge.
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