assalto Campidoglio USA Trump

Donald Trump bannato da Facebook e da Twitter per presunte irregolarità nel rispetto del divieto di pubblicare contenuti con messaggi “di incitamento all’odio”.
La notizia sta facendo il giro del mondo per l’enorme rilievo che una simile decisione può avere ma non tutti hanno realmente compreso la gravità della situazione e le implicazioni che una simile decisione, presa arbitrariamente dai vertici delle aziende americane, possono avere sulla democrazia di tutto il Mondo.
La domanda è: Facebook e Twitter, come tutti gli altri social, possono cancellare un account a loro insindacabile giudizio?
La risposta, come vedremo, non è banale.

Non si discute, evidentemente, del tenore o del contenuto dei post pubblicati dall’ormai ex presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump. E neppure della gravità del gesto compiuto, anche a seguito di quei post, dai suoi “seguaci” che hanno preso d’assalto il Campidoglio, uno dei palazzi simbolo della politica e del Governo statunitense.
Un momento di tensione per la tenuta democratica USA e una figura impietosa per l’ex presidente.

Si discute invece dell’autoproclamato diritto di privati cittadini, proprietari delle piattaforme social, di “mettere a tacere” un account senza chiedere preventivamente il parere di un Giudice o senza passare per un regolare processo e comunque senza rispettare le Leggi che, anche in USA, tutelano la libertà di parola ed espressione.
Diritti talmente importanti che solo la Giustizia, attraverso i suoi giudici, può limitare dopo un regolare processo e dando diritto di difesa anche al più criminale dei Cittadini.
Doveroso ricordare che anche i criminali nazisti ebbero un processo a Norimberga, alla fine della Seconda Guerra Mondiale e per orrori ben più gravi di quelli che ha commesso Trump.

Le notizia più grave, secondo il nostro punto di osservazione, è invece che esistono privati cittadini, dotati di strumenti tecnologici in grado di determinare il successo o il declino di aziende, Media e ora anche Governi.
Una notizia che dovrebbe “far tremare i polsi” ma che invece si limita a dividere l’opinione pubblica in “favorevoli” o “contrari” sull’onda dell’altrettanto personale e soggettivo diritto di opinione.

Il discorso, ci permettiamo di farlo notare, è un tantino più complesso e, come detto, va ben oltre la gravità delle dichiarazioni e dei post pubblicati da Donald Trump o da personale del suo Staff.
La gravità della notizia risiede nella scelta dei proprietari dei colossi della tecnologia di prendere una “posizione” e una “decisione” senza chiedere il parere e l’autorizzazione della Giustizia o di un giudice.

Di fatto, da oggi, Facebook e Twitter hanno messo in chiaro di poter procedere a loro insindacabile (non è vero) giudizio, chi può restare sulle piattaforme social e chi, invece, non può farlo.
Pretendono – senza esservi autorizzati – di arrogarsi il diritto di scegliere quale messaggio sia “notizia” e quale non lo sia o, peggio, quale sia messaggio politico e quale “incitamento all’odio” o altro motivo per il quale si può essere bannati dalla piattaforma per le sue “regole interne”.

Una cosa di non poco conto considerando che una buona fetta del traffico web su siti, giornali online e pagine politiche, passi ormai attraverso queste gigantesche piattaforme.
Un potere mai visto prima d’ora se non (e non a caso) nella Cina controllata da un partito unico che punisce con 4 anni di carcere chi diffonde notizie “scomode” per il regime e che può, a suo insindacabile diritto, cancellare chiunque dalle sue piattaforme, arrivando a pretendere (e ottenere) che quegli stessi colossi che spadroneggiano in Occidente, debbano sottostare alle regole e ai controlli del Partito Comunista Cinese, esercitato attraverso i suoi emissari.

A quanti ribadiscono che “un privato può fare ciò che vuole con la sua azienda” e che lo stesso privato, avendo un proprio servizio regolato da norme interne, può decidere chi può o non può parlare, ricordiamo che non è affatto così e che, in Italia, è già presente un chiarissimo esempio non solo della avventatezza della dichiarazione ma persino di quanto possa rivelarsi un boomerang accettare questo stato di cose.
Intanto perché sul suolo italiano vige la Legge italiana senza alcun vincolo o limitazione di sorta e poi perché Facebook ha già tentato di “farsi giustizia da sè” cancellando l’account di Casapound esattamente con la stessa motivazione usata per giustificare la chiusura di quello dell’ex presidente Donald Trump: incitamento all’odio.
L’associazione molto vicina all’ultra-destra ha presentato ricorso alla Giustizia italiane e ha vinto, ottenendo che Facebook fosse condannata a rispristinare l’account e a pagare persino le spese processuali. Una completa disfatta per la mega corporation nata in USA ma con sede legale in Irlanda.
(fonte https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2020/05/26/casapoound-batte-ancora-facebook_QUH4Q5Db9OjwOQ8MyxSN5K.html?refresh_ce)

Il movimento di estrema destra, secondo i giudici, è “presente apertamente da molti anni nel panorama politico” e non può essere censurato dal social network.
Il giudice non assegna una autorizzazione a pubblicare contenuti discutibili ma solo ribadire che, secondo la Legge italiana, esiste l’ “impossibilità di riconoscere a un soggetto privato, quale Facebook Ireland, sulla base di disposizioni negoziali e quindi in virtù della disparità di forza contrattuale, poteri sostanzialmente incidenti sulla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione”.

Parole che ben spiegano perché, analogamente, anche la rimozione di Donald Trump potrebbe essere considerata illecita ed un tribunale italiano potrebbe riammettere l’ex presidente sulla piattaforma social.
Una valutazione che esula dal messaggio diffuso e dalle motivazioni politiche che sono dietro l’account e che non possono in alcun modo autorizzare la violazione dei principi di democrazia.
Altrettanto vero che la sentenza non autorizza chiunque a scrivere qualunque cosa ma, piuttosto, chiarisce che, per ottenere analogo provvedimento “a norma di legge”, Facebook come qualunque altra azienda o privato cittadino, deve segnalare e denunciare una eventuale violazione ed attendere che sia la Giustizia a dirimere la questione e, eventualmente, autorizzare la rimozione.

Il caso che vede contrapposti Facebook e Casapound non è concluso. L’azienda di Mark Zuckerberg può presentare appello sino in Cassazione, così come scritto nelle Leggi italiane che regolano e governano l’operato di qualunque cittadino operi o viva in Italia.
Nessuno escluso.