Genova – “Le scuole della Liguria sono “a norma” per la somministrazione dei farmaci in oario scolastico come previsto dalle linee guida del Ministero?
Se lo domanda Genova Inclusiva, l’associazione che riunisce le famiglie con persone disabili e gli operatori scolastici che operano al fianco e in sostegno degli studenti con bisogni speciali.
La domanda è rivolta alle istituzioni scolastiche della Liguria e agli amministratori che hanno la responsabilità di accertarlo.
A muovere la richiesta un episodio avvenuto in Emilia Romagna, ad una famiglia che ha segnalato il proprio caso anche a Genova Inclusiva. Un grave episodio che offre uno spaccato sulle difficoltà che affrontano ogni giorno migliaia di bambini con disabilità più o meno gravi, in Liguria, ma che coinvolge anche moltissimi altri bambini senza disabilità certificate ma che hanno necessità di cure anche salvavita, a Scuola.
Già nel 2005, infatti il Ministero dell’Istruzione e il Ministero della Salute hanno emanato la Nota prot. n. 2312 del 25 novembre 2005, con le Linee guida per la somministrazione dei farmaci in orario scolastico. In quel documento si stabilisce chiaramente che la scuola ha il dovere di organizzarsi per garantire la continuità terapeutica degli alunni con patologie, attraverso accordi con la famiglia e la ASL, un piano terapeutico individuale, personale scolastico formato e procedure operative chiare per le emergenze.
Il racconto di questa mamma evidenzia che non è sempre così che vanno le cose.
“Quella mattina sembrava una mattina come tante. Una madre al lavoro, un figlio a scuola. Poi squilla il telefono. Dall’altra parte la voce della scuola: «Thomas è in crisi».
Il cuore accelera, la testa si svuota. La prima domanda è quella che ogni genitore di un bambino con patologie conosce fin troppo bene: «Avete iniziato a cronometrare?». Perché in questi casi il tempo non è un dettaglio. È la differenza tra stare bene e finire in ospedale.
La risposta è incerta. L’insegnante non sa cosa dire, passa la bidella: sono con Thomas, ma nessuno parla di farmaco, nessuno parla di protocollo, nessuno parla di procedure. Solo confusione.
La madre corre in auto, venti chilometri che sembrano duecento. Nel frattempo arriva un’altra telefonata, ancora più grave: una volontaria della pubblica assistenza, presente per caso nel plesso, la informa che nessuno a scuola è in grado di somministrare il farmaco salvavita a suo figlio.
Non è più paura. È panico puro.
Quando arriva, trova il 118, il medico, l’ambulanza. Thomas è già stato caricato. Scopre che il farmaco è stato somministrato da un medico in pensione presente casualmente nella scuola. Per fortuna c’era lui. Per fortuna. Perché senza di lui oggi forse parleremmo di tutt’altro.
Il farmaco, però, è stato dato in ritardo rispetto alle indicazioni mediche. Alla domanda più semplice — «Perché non lo ha fatto l’insegnante di sostegno?» — non arriva alcuna risposta.
E qui non finisce solo una storia personale. Qui esplode un problema pubblico.
Quando la legge c’è, ma resta sulla carta
Quello che è accaduto a Thomas non doveva accadere. E non perché manchino le norme. Al contrario: le norme esistono da vent’anni.
Non “se qualcuno se la sente”, ma un obbligo organizzativo dell’istituzione scolastica.
Dodici anni dopo, lo Stato è tornato sull’argomento con la Circolare Ministeriale n. 321 del 10 gennaio 2017, che richiama e rafforza quanto previsto nel 2005, ribadendo che la somministrazione dei farmaci salvavita non può essere lasciata all’improvvisazione o al caso.
Eppure, nel caso di Thomas, quando il tempo correva, nessuno sapeva cosa fare.
Questo significa una sola cosa: le circolari c’erano, ma la scuola non era pronta.
Le regioni che si sono mosse (e quelle che restano ferme).
Alcune regioni italiane hanno capito che non basta citare le circolari: bisogna trasformarle in procedure operative.
La Lombardia ha sottoscritto un protocollo tra Regione, Ufficio Scolastico e Sanità per definire ruoli e responsabilità nella somministrazione dei farmaci a scuola.
L’Emilia-Romagna ha emanato una Delibera di Giunta Regionale con linee di indirizzo precise per scuole e servizi sanitari.
Toscana, Umbria e Basilicata risultano tra le regioni che hanno predisposto atti regionali di applicazione delle linee guida nazionali.
Questo dimostra che il problema non è giuridico. È organizzativo.
Le soluzioni esistono. Vanno applicate.
Il dramma di Thomas non nasce da una crisi improvvisa. Nasce prima, negli uffici, nelle riunioni mai fatte, nella formazione rimandata, nei protocolli lasciati nei cassetti.
Una scuola che non sa gestire un’emergenza sanitaria non è una scuola inclusiva, per quanto possa usare belle parole nei progetti educativi.
L’inclusione vera si misura nei momenti critici, non nei documenti.
Quel giorno Thomas non ha trovato una scuola sicura.
Ha trovato una scuola impreparata.
E in uno Stato serio, la sicurezza dei bambini non può dipendere dal caso o dalla presenza fortuita di un medico in pensione.
Le circolari ministeriali esistono.
Le linee guida pure
Ora manca solo applicarle nella realtà.























