Genova – Escursionisti e amanti delle mountain bike e delle passeggiate tra i boschi e sui sentieri in allarme dopo il tam tam del gruppo “Boschi per tutti” che segnala la possibile introduzione di una zona rossa, con divieto di ingresso e attività, per un raggio di 6 km attorno alle carcasse di cinghiale ritrovate.
Un divieto che sarebbe in discussione a Roma, contenuto nelle norme di prevenzione della diffusione della peste suina in Italia.
Se il provvedimento passasse – ma c’è da segnalare che la Regione Liguria starebbe per annunciare provvedimenti in direzione contraria – a Genova, nella cerchia urbana, non si potrebbe entrare nei boschi e camminare sui sentieri dalla zona dei Forti sino all’Acquedotto storico ed oltre.
A far scattare il blocco totale – contrariamente a quanto prevederebbe la Regione – il ritrovamento di una carcassa di cinghiale ucciso dalle peste suina poco lontano dal casello di Genova Est, in piena cerchia urbana e dunque in una zona proprio al centro di una serie di itinerari molto frequentati dai genovesi per le gite del week end ma anche per le escursioni brevi.
Se la normativa nazionale restasse quella in discussione ora, quindi, si potrebbe avere l’interdizione totale delle passeggiate, del trekking e delle corse in mountain bike su gran parte del territorio genovese dell’immediato entroterra.
Un provvedimento molto impattante che, però, potrebbe servire a garantire l’isolamento delle aree attraversate dalla peste suina africana che, lo ricordiamo, potrebbe far scattare il blocco totale delle esportazioni di carni suine dall’Italia a tutto il mondo, con danni da miliardi di euro.
Il pericolo resta quello che chi entra nei boschi (a piedi o in bici) possa calpestare materiale infetto per poi trasportarlo in altre zone o che l’attività umana nei boschi possa spaventare i branchi di cinghiali spingendoli a spostarsi in altre zone estendendo l’area colpita dalla malattia.
Se il virus dovesse arrivare ai grandi allevamenti di suini sarebbe un disastro economico senza precedenti.
Per questo motivo non si può trattare l’emergenza peste suina con provvedimenti che sono solo “pannicelli caldi” ma occorre intervenire drasticamente.
Non sono state varate campagne di riduzione drastica della popolazione dei cinghiali per l’opposizione degli ambientalisti (e di parte del mondo della Caccia) e non è stata presa in considerazione la possibilità di disinfettare (o cambiare) le calzature dei camminatori o le ruote delle bici che attraversano i sentieri e l’unico provvedimento che sembra esserci sul “tavolo” è, appunto, la chiusura.
Che cos’è la Peste suina africana
La Peste suina africana (PSA) è una malattia virale, altamente contagiosa e spesso letale, che colpisce suini e cinghiali, ma che non è trasmissibile agli esseri umani.
È una malattia con un vasto potenziale di diffusione e pertanto una eventuale epidemia di PSA sul territorio nazionale comporta pesanti ripercussioni sul patrimonio zootecnico suino, con danni ingenti sia per la salute animale (abbattimento obbligatorio degli animali malati e sospetti tali), che per il comparto produttivo suinicolo, nonché sul commercio comunitario ed internazionale di animali vivi e dei loro prodotti (dai Paesi infetti è vietato commercializzare suini vivi e prodotti suinicoli).
L’Organizzazione mondiale per la sanità animale ed il Nuovo Regolamento di sanità animale della Commissione Europea annoverano la PSA nella lista delle malattie denunciabili: qualunque caso, anche sospetto, deve essere denunciato all’autorità competente, come previsto già dal l Regolamento di polizia veterinaria – DPR n. 320 del 8.2.1954 art.1.
Diagnosi
La PSA è causata da un virus della famiglia Asfaviridae, genere Asfivirus, incapace di stimolare la formazione di anticorpi neutralizzanti. Questa caratteristica rappresenta l’ostacolo più importante alla preparazione di un vaccino, che attualmente non è disponibile in commercio.
I sintomi principali negli animali colpiti sono:
febbre
perdita di appetito
debolezza del treno posteriore con conseguente andatura incerta
difficoltà respiratorie e secrezione oculo-nasale
costipazione
aborti spontanei
emorragie interne
emorragie evidenti su orecchie e fianchi.
La presenza del virus nel sangue (viremia) dura dai 4 ai 5 giorni; il virus circola associato ad alcuni tipi di cellule del sangue, causando la sintomatologia che conduce inevitabilmente al decesso dell’animale, spesso in tempi rapidissimi.
Gli animali che superano la malattia possono restare portatori del virus per circa un anno, giocando dunque un ruolo fondamentale per la persistenza del virus nelle aree endemiche e per la sua trasmissione. Il virus è dotato di una buona resistenza in ambiente esterno e può rimanere vitale anche fino a 100 giorni sopravvivendo all’interno dei salumi per alcuni mesi o resistendo alle alte temperature. Nel sangue prelevato è rilevabile fino a 18 mesi.
La diagnosi di malattia è effettuata tramite vari esami di laboratorio: immunofluorescenza, PCR, ELISA e Immunoperossidasi.
Prevenzione
La malattia si diffonde direttamente per contatto tra animali infetti oppure attraverso la puntura di vettori (zecche). La trasmissione indiretta si verifica attraverso attrezzature e indumenti contaminati, che possono veicolare il virus, oppure con la somministrazione ai maiali di scarti di cucina contaminati, pratica vietata dai regolamenti europei dal 1980, o smaltendo rifiuti alimentari, specie se contenenti carni suine, in modo non corretto.
Nei Paesi indenni la prevenzione dell’infezione si effettua attraverso la sorveglianza passiva negli allevamenti domestici e sulle carcasse di cinghiale rinvenute nell’ambiente o in seguito ad incidenti stradali, il rigoroso rispetto delle misure di biosicurezza negli allevamenti suini, il severo controllo dei prodotti importati e la costante sorveglianza sullo smaltimento dei rifiuti alimentari, di ristoranti, navi e aerei.
Nei Paesi infetti il controllo si effettua attraverso l’abbattimento e la distruzione dei suini positivi e di tutti gli altri suini presenti all’interno dell’allevamento infetto. Fondamentali sono non solo l’individuazione precoce dell’ingresso della malattia, ma anche la delimitazione tempestiva delle zone infette, il rintraccio e il controllo delle movimentazioni di suini vivi e dei prodotti derivati, le operazioni di pulizia e disinfezione dei locali e dei mezzi di trasporto degli allevamenti infetti, l’effettuazione delle indagini epidemiologiche volte ad individuare l’origine dell’infezione.
Terapia e profilassi
Al momento non esiste un vaccino per la Peste suina africana. Come previsto dal vigente Piano nazionale di sorveglianza e dalle norme di settore, quando si riscontrano uno o più sintomi tali da far sospettare la presenza di PSA in un allevamento di suini, occorre immediatamente darne comunicazione ai servizi veterinari competenti per territorio. Analogamente, quando si rinviene una carcassa di cinghiale nell’ambiente, o a seguito di incidente stradale che abbia coinvolto un cinghiale, è necessario segnalare l’evento ai Servizi Veterinari, alle forze dell’ordine o enti parco, guardie forestali, oppure contattare i numeri verdi regionali.