HomeGenovaCronacaInclusione scolastica, Genova Inclusiva: non bastano 600 ore e un diploma

Inclusione scolastica, Genova Inclusiva: non bastano 600 ore e un diploma

Marco Macrì genova inclusivaGenova – “Non basta un diploma qualsiasi e 600 ore di corso regionale per formare gli operatori che dovranno garantire l’inclusione scolastica dei bambini con disabilità“. Lo denuncia Genova Inclusiva, associazione che riunisce le famiglie con persone disabili e operatori del settore e specializzati nel supporto scolare.
Il pericolo denunciato è quello che lo Stato possa decidere di affrontare l’emergenza della carenza di personale specializzato per assistere gli studenti disabili abbassando l’asticella della qualità del servizio erogato nelle Scuole “imbarcando” personale non adeguatamente preparato, con poca o assente formazione specifica e, soprattutto, con i taglio dei costi che sembra ormai la ricetta per tutte le stagioni.
“C’è un modo molto semplice – denuncia Genova Inclusiva – per capire quando una riforma non nasce per migliorare un servizio, ma per tagliare i costi: si abbassano i requisiti, si cambiano i nomi e si finge di “razionalizzare”. È quello che sta accadendo all’inclusione scolastica, partendo dalla Lombardia e allargandosi a macchia d’olio verso Piemonte, Liguria e oltre”.
L’associazione che tutela le famiglie con persone disabili di domanda se l’inclusione si impara in 600 ore.
Questo è quello che sembra emergere dalle nuove linee guida approvate in Conferenza Stato-Regioni il 7 maggio 2025.
Secondo le nuove norme, infatti basta un diploma qualsiasi e un corso regionale di almeno 600 ore per diventare Assistente all’Autonomia e alla Comunicazione (Asacom) e lavorare nella scuola accanto ad alunni con disabilità.
Niente laurea in Scienze dell’educazione, niente psicologia, niente pedagogia speciale come prerequisito.
Meno formazione di quella richiesta fino a ieri in molte Regioni.
“I corsi sono già partiti – spiega Marco Macrì – La Lombardia è stata la prima ad adeguarsi e ha stabilito che dal settembre 2026 questa qualifica sarà obbligatoria per lavorare nelle scuole. Nel frattempo, a Roma, un disegno di legge punta a inserire l’Asacom nei ruoli del personale scolastico statale. Traduzione: questa figura è destinata a diventare centrale, forse unica, nell’assistenza educativa scolastica. E qui il gioco si scopre”.
L’associazione Genova Inclusiva si domanda “perché mentre si parla di “valorizzazione” e “uniformità”, si sta facendo l’esatto contrario: si abbassa l’asticella professionale?”.
Prima in Lombardia servivano fino a 900 ore per chi non aveva una laurea. Ora 600 per tutti.
Prima l’accesso era legato a percorsi coerenti. Ora è aperto a chiunque. È una scelta al ribasso, evidente, certificata.
E non è solo una questione formativa. È anche – e soprattutto – contrattuale.
“Dagli incontri con i sindacati – spiega ancora Macrì – emerge un disegno chiaro: nei prossimi bandi l’obiettivo è eliminare ogni riferimento agli educatori, “uniformando” tutti su livelli più bassi, come C1 o C2. In pratica: stesso lavoro, meno tutele, meno stipendio”.
Oggi molti educatori laureati sono già inquadrati come D1, con la grottesca etichetta di “educatore senza titolo”, quando il titolo ce l’hanno eccome. Domani, se questa riforma andrà in porto, il messaggio sarà semplice: o accetti il declassamento o te ne vai. Ed è esattamente quello che succederà.
Il paradosso finale è il più grave: alla nuova figura che si vuole imporre vengono richieste le stesse competenze degli educatori. Stesso lavoro educativo, stessa responsabilità sugli alunni con disabilità, stessa presenza quotidiana nella scuola. Cambia solo il nome e si abbassa il costo. Un avvocato presente a una recente riunione è rimasto, parole sue, “allibito”.
Chi conosce davvero l’inclusione scolastica sa che l’Asacom non è un badante e non è un Oss. Deve saper lavorare sulla comunicazione, sulle relazioni, sulla pedagogia speciale, sulla complessità dei contesti classe. Pensare che tutto questo si possa comprimere in 600 ore è una scorciatoia pericolosa, l’ennesima.
Dopo i mini-corsi per insegnanti di sostegno, questo è un altro colpo al ribasso. Non una riforma, ma un maquillage. Non una visione sul futuro della scuola inclusiva, ma una toppa messa in fretta per risparmiare oggi, pagando domani con meno qualità, meno competenza e più disuguaglianze.
L’inclusione non si improvvisa. E soprattutto non si fa risparmiando sulle persone che la rendono possibile. Tutto il resto sono parole. E pure mal spese.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui