Crans Montana (Svizzera) – Mentre cresce il bilancio delle vittime del tragico incendio che ha distrutto le vite di decine di ragazzi e ragazze e i feriti vengono curati negli ospedali dove sono stati trasferiti in condizioni gravissime proseguono le indagini per ricostruire le cause del rogo e le responsabilità che sarebbero pesanti come macigni.
I familiari delle vittime e dei feriti si domandano come sia possibile che si ripetano ancora tragedie come quella di Crans Montana ma anche perchè le immagini riprese nel locale negli attimi precedenti al disastro si vedano ragazzi che riprendono quello che succede invece di mettersi in salvo.
Sull’argomento si è interrogata anche Roberta Bruzzone, psicologa e criminologa che, con diversi post pubblicati sui suoi canali social di pone diverse domande.
“Ci sono immagini che fanno più paura dell’incendio stesso – scrive Bruzzone – Sono quelle in cui qualcuno riprende mentre tutto sta per esplodere. E ogni volta che le vediamo ci chiediamo: “Ma perché non scappa? “Perché resta lì?” La risposta non è comoda, non è rassicurante. Perché in quei secondi il cervello non ragiona come crediamo”.
“Quando scoppia un incendio improvviso – spiega ancora Bruzzone – l’istinto di sopravvivenza non sempre parte subito. A volte il cervello si difende negando: “Non è grave”. A volte si blocca. A volte si dissocia. A volte cerca un’illusione di controllo.
E il telefono diventa quella illusione. Riprendere non è sempre esibizionismo. Spesso è freezing, paralisi emotiva mascherata da azione. È il tentativo disperato di dire: “Sto facendo qualcosa”, mentre in realtà non sto scappando. Lo schermo crea una distanza.
Trasforma il pericolo in contenuto. La paura in video. La realtà in qualcosa che sembra irreale. E poi c’è il gruppo. Se nessuno corre, il cervello pensa che non sia ancora il momento. Se nessuno urla, il pericolo viene minimizzato. È così che nascono le tragedie silenziose, non dal panico, ma dalla sua assenza iniziale”.
“C’è anche un altro aspetto, scomodo da dire – prosegue ancora Roberta Bruzzone – viviamo in un mondo in cui esserci può arrivare a contare più che salvarsi. In cui documentare vale più che reagire. In cui il riflesso di registrare è più rapido del riflesso di fuggire. Ma il fuoco non aspetta. Il fumo non avvisa. E gli incendi non crescono in modo graduale ma esplodono. Quei secondi persi a riprendere non sono leggerezza. Sono errori cognitivi, automatismi, distorsioni percettive. Sono il cervello che fallisce sotto stress.
Ecco perché non basta dire “scappate”. Bisogna insegnare a riconoscere subito il pericolo,
a non fidarsi della calma apparente, a capire che quando qualcosa brucia non è mai il momento di filmare. Perché il problema non è il telefono. Il problema è aver disimparato ad ascoltare l’allarme interno. E quando l’allarme non suona, la tragedia entra in silenzio.
Ci tengo ad aggiungere una precisazione fondamentale, perché in queste ore mi state facendo in molti la stessa domanda”.
Una riflessione che, però, secondo Bruzzone: “non sposta di un millimetro le responsabilità”.
“Lo dico con chiarezza assoluta – precisa la psicologa – criminologa, volto noto della Tv ed esperta commentatrice dei processi della mente – nulla, e ripeto nulla, può superare o attenuare la responsabilità del locale. Non basta avere delle autorizzazioni formali.
Non basta “essere in regola sulla carta”. La sicurezza non è un timbro, è prevenzione reale, gestione del rischio, controllo costante, scelte responsabili. Qui non siamo davanti a un singolo errore. Siamo davanti a una catena di responsabilità che va ricostruita in modo rigoroso, puntuale e senza fare sconti a nessuno: a chi gestisce, a chi controlla, a chi autorizza, a chi ha il dovere di garantire che un luogo affollato non diventi una trappola.
Il mio intervento serve a rispondere a una domanda di area psicologica (perché alcune persone non scappano subito) che oggi mi hanno rivolto in molti… ma non deve mai diventare un alibi strutturale per chi aveva il compito di prevenire l’emergenza.
Le vittime non sbagliano. I ragazzi non “se la cercano”. Quando un luogo non è sicuro, la responsabilità non è di chi resta intrappolato, ma di chi doveva impedire che quell’incendio potesse anche solo iniziare”.
























