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Faccetta Nera al Luna Park di Genova, Pastorino (Linea Condivisa): non è una bravata

Gianni Pastorino linea condivisaGenova – Fa ancora discutere la vicenda della canzone fascista trasmessa al Luna Park di ponte Morandi da una delle attrazioni. il brano di”Faccetta Nera che risuona tra le automobili degli autoscontri ha scatenato un’ondata di indignazione che divide la città e le reazioni della politica.
Il consigliere regionale di Linea Condivisa, Gianni Pastorino invita a non bollare la vicenda come una “bravata” ma a riflettere su quanto sta avvenendo anche alla luce di un caso analogo avvenuto solo poche settimane fa a Sanremo e sempre in un Luna Park.
“Quello che è accaduto non è una bravata – spiega Pastorino – Qui siamo piuttosto davanti a un atto rituale, inserito in un clima culturale che da tempo lavora per rendere il fascismo qualcosa di dicibile.
Una canzone non è mai “solo una canzone”. Soprattutto quando è carica di simboli, storia, violenza, esclusione. Soprattutto quando viene fatta risuonare in uno spazio pubblico, frequentato da famiglie, bambini, giovani.
È così che funziona la normalizzazione: non per strappi ma per abitudine. Non con grandi dichiarazioni ma con piccoli slittamenti continui. Prima è nostalgia. Poi è provocazione. Poi è tradizione. Poi è opinione.
Il punto non è il singolo episodio, né la ricerca del colpevole di turno. Il punto è il contesto che rende possibile tutto questo.
Un contesto in cui simboli, parole e riti del fascismo trovano spazio perché vengono depotenziati, svuotati del loro significato reale.
Il fascismo non è un ricordo neutro. È stato un regime che ha negato libertà, perseguitato, imprigionato, ucciso.
Quando diciamo “non esageriamo”, “non facciamola troppo grossa”, “sono ragazzi”, stiamo facendo una scelta precisa: stiamo abbassando la soglia. E abbassare la soglia significa permettere che certi linguaggi, certi immaginari, certe retoriche entrino nella quotidianità senza più fare rumore.
C’è un filo che lega tutto questo a ciò che vediamo nel mondo: la banalizzazione della violenza, la legittimazione dell’aggressione come linguaggio politico, l’erosione del diritto internazionale, il ritorno della parola “guerra” come se fosse una variabile normale, inevitabile, quasi accettabile.
Le cose non sono scollegate. Quando si abitua una società a convivere con simboli autoritari, con l’idea che “in fondo tutto è uguale”, si prepara il terreno anche per accettare la forza, il dominio, l’annullamento dell’altro.
L’antifascismo non è nostalgia del passato. È un criterio del presente. È il confine che separa la libertà dalla sopraffazione.

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