Genova – Il disegno di legge 2789 sul riconoscimento e la tutela del caregiver familiare affronta un vuoto normativo reale e non più rinviabile ma esiste il pericolo di interpretazioni e ricorsi per la “poca chiarezza”. Lo teme Genova Inclusiva, associazione che tutela i diritti delle famiglie con persone disabili ma anche i lavoratori che, a vario titolo, ruotano attorno a questo mondo.
“L’obiettivo è condivisibile – spiega Genova Inclusiva- dare dignità giuridica e sostegno a chi assiste quotidianamente persone non autosufficienti. Tuttavia, l’analisi tecnico-istituzionale evidenzia criticità che potrebbero trasformare una riforma necessaria in un dispositivo diseguale, contenzioso e finanziariamente incerto”.
Secondo l’associazione, infatti, “il provvedimento riconosce formalmente la figura del caregiver, ma utilizza formule come “assistenza prevalente e continuativa” e “carico assistenziale elevato” senza definirne i parametri. Senza criteri oggettivi, il rischio è evidente: interpretazioni divergenti tra territori e inevitabile proliferazione di ricorsi”.
Secondo Genova Inclusiva la designazione del caregiver nel progetto assistenziale non stabilisce criteri chiari nel caso di più familiari coinvolti. Una lacuna che potrebbe trasferire nei servizi sociali conflitti familiari destinati a diventare contenzioso amministrativo.
“Anche la classificazione dei livelli di intensità assistenziale – spiega Marco Macrì, portavoce dell’associazione – resta priva di indicatori uniformi. In assenza di standard nazionali, l’accesso alle misure rischia di dipendere più dal codice di avviamento postale che dal bisogno reale. Sul piano economico, il contributo previsto non stabilisce un importo minimo né meccanismi di aggiornamento. Soprattutto, la norma non quantifica in modo esplicito l’onere complessivo: un’omissione rilevante in termini di sostenibilità finanziaria e trasparenza”.
L’associzione Genova Inclusiva sottolinea anche che i servizi di sollievo sono affidati alla programmazione regionale. Senza livelli essenziali uniformi, l’effettiva fruizione potrebbe variare sensibilmente tra territori, compromettendo l’equità del sistema.
Non secondarie, poi, risulterebbero anche le criticità organizzative: la piattaforma nazionale affidata all’INPS e l’integrazione con i sistemi regionali richiederanno interventi tecnologici complessi, mentre l’assenza di tempistiche vincolanti rischia di rallentare l’attuazione.
Il provvedimento si inserisce in un sistema già stratificato di misure sulla non autosufficienza. Senza coordinamento, il rischio è la sovrapposizione di benefici e l’inefficienza della spesa. Inoltre, il riconoscimento formale del ruolo potrebbe ampliare sensibilmente la platea dei beneficiari: in mancanza di criteri selettivi chiari, la spesa potrebbe superare le previsioni.
Differenze applicative tra regioni inciderebbero direttamente sull’uguaglianza sostanziale dei diritti sociali. Per evitare che la riforma resti incompiuta, appaiono essenziali criteri oggettivi di valutazione, standard nazionali uniformi, quantificazione puntuale degli oneri e livelli essenziali dei servizi.
Il riconoscimento del caregiver familiare è un passaggio decisivo verso un welfare più umano e domiciliare. Ma senza correzioni tecniche e coperture credibili, il rischio è quello di una buona legge sulla carta e di una cattiva applicazione nella realtà.























